La tecnica ci sta liberando o ci sta sostituendo?
Un tempo l’uomo utilizzava la tecnica per raggiungere i propri scopi. Oggi ho sempre più l’impressione che il rapporto si sia invertito: è la tecnica a stabilire gli scopi dell’uomo.
Non ci chiediamo più perché dobbiamo produrre di più, ma solo come farlo in modo più efficiente.
Siamo diventati, utilizzando un’espressione di Umberto Galimberti, dei funzionari del sistema tecnico.
Quando smettiamo di interrogarci sul fine e ci concentriamo esclusivamente sul mezzo, finiamo per confondere la nostra identità con la nostra capacità produttiva.
Così, quando non produciamo, ci sembra di non essere nulla. La nostra società, in fondo, non testimonia forse proprio questo?
Ogni innovazione tecnologica porta con sé la promessa di liberarci dal lavoro ripetitivo e regalarci più tempo libero. Eppure quel tempo non viene quasi mai utilizzato per la contemplazione, per le relazioni, per l’arte o semplicemente per esistere.
Viene immediatamente riassorbito dal sistema produttivo. Produciamo più velocemente e, paradossalmente, abbiamo sempre meno tempo.
Questo fenomeno non è nuovo. La rivoluzione industriale ha aumentato enormemente la nostra capacità produttiva. Internet ha accelerato la diffusione dell’informazione.
L’intelligenza artificiale sta portando questo processo verso una forma di saturazione quasi totale. Testi, immagini, software, video: tutto può essere generato in pochi secondi.
Il rischio è la banalizzazione. Quando il costo della produzione tende a zero, il mondo si riempie inevitabilmente di contenuti derivativi, statisticamente plausibili ma raramente autentici.
La creatività nasce spesso dal conflitto, dall’errore, dalla fatica e dall’esperienza vissuta. La creatività ha bisogno del vuoto.
Paradosso del “Mondo Fisico”
Viviamo in un’epoca in cui sembra che tutto possa essere risolto da un software. Creiamo modelli, architetture, progetti digitali, ma dimentichiamo che la realtà è fatta di materia.
Mentre l’IA tenta di automatizzare professioni ad alta componente cognitiva e creativa — scrittori, grafici, programmatori, architetti, c’è una carenza strutturale drammatica nelle figure che “tengono insieme” il mondo fisico: l’idraulico, l’elettricista, il muratore.
Difatti, nei paesi dove vince l’economia del lavoro a basso costo, molti lavoratori manuali vengono oggi monitorati da sistemi di telecamere che registrano ogni gesto. Sarti, addetti alle pulizie, magazzinieri, lavapiatti, operai.
Quei dati non vengono raccolti soltanto per controllare la produttività. Vengono utilizzati per addestrare sistemi robotici che un giorno potrebbero replicare quelle stesse attività.
Ma bisogna fermarsi e chiedersi: se un domani verranno automatizzate anche le mansioni manuali svolte da persone con poche possibilità di accesso all’istruzione avanzata, quale sarà il loro ruolo nella società? Cosa faranno queste persone quando il mercato non avrà più bisogno né delle loro braccia né delle loro competenze?
Una possibile risposta emerge nel film “No Other Choice” di Park Chan-wook, una satira sociale spietata sul capitalismo e sulla precarietà della classe media.
Quando una vita meccanica e stabile scandita dall’appartenenza e dal lavoro manuale si sgretola, chi diventiamo una volta messi alle strette da un sistema disumano?
Il rischio è diventare meri “curatori di output”. Se il robot fa il lavoro sporco e l’IA fa quello creativo, l’uomo rischia di passare la vita a “validare” o “correggere” ciò che le macchine hanno prodotto, perdendo il contatto con il processo creativo stesso.
Non è uno scenario apocalittico, è un’inerzia. L’uomo è un animale che ha paura del vuoto, del silenzio e dell’inattività. La tecnologia ci permette di riempire ogni istante di attività (produttiva o di consumo).
Ci troviamo in una dinamica che è virtuosa per la tecnologia, ma potenzialmente viziosa per il nostro benessere psicologico.
La tecnologia ha bisogno di noi per crescere, e noi abbiamo bisogno di essa per sentirci “impegnati” e “utili” nel mondo. È un matrimonio complesso.
Dalla “Mente” alla “Materia”
Abbiamo un corpo e un cervello modellati dall’evoluzione e da millenni di esperienza concreta, ma viviamo immersi in un’astrazione quasi totale.
L’essere umano ha una necessità biologica di vedere il risultato delle proprie azioni.
Quando falci un prato, costruisci un mobile o pianti un albero, il tuo cervello riceve un feedback immediato e tangibile. La fatica viene ricompensata dal risultato visibile. Questo genera una forma di gratificazione immediata, sostenuta anche da meccanismi neurochimici come il rilascio di dopamina.
L’alienazione dell’astratto: Nel lavoro mentale/digitale, il feedback è mediato, diluito e spesso invisibile.
Ma se da un lato conserviamo il desiderio del “fare fisico”, dall’altro abbiamo perso parte della capacità necessaria per sostenerlo.
Siamo diventati, come specie, “fragili”. Abbiamo modellato le nostre abitudini attorno alla sedia, allo schermo e alla tastiera.
Nasce così una doppia frustrazione.
Soffriamo l’astrattezza del lavoro contemporaneo; ma quando proviamo a tornare alla manualità — l’orto, l’artigianato, il fai-da-te — scopriamo che il nostro corpo non è più allenato a sostenerla.
È qui che la tecnologia (robotica, esoscheletri, automazione) potrebbe paradossalmente essere la “protesi” necessaria per permettere all’uomo di tornare a fare, senza distruggersi fisicamente.
You are not your job
Per secoli, l’identità individuale è stata fortemente legata al lavoro svolto, il fabbro era il fabbro, il contadino era il contadino. L’identità era definita dal ruolo sociale e dalla capacità tecnica di trasformare il mondo.
Oggi, se il tuo lavoro è un algoritmo o una gestione di rendering, e quel lavoro viene fatto meglio da una macchina, chi sei tu?
Se un giorno la tecnica ci liberasse completamente dal bisogno di produrre — sia con il pensiero sia con le mani — l’uomo sarebbe capace di costruirsi un’identità che non sia fondata sull’utilità o sul fare?