L'abisso dietro la cultura. Salò e l'illusione della libertà


Introduzione

Un gruppo di ragazzi e ragazze viene rapito e rinchiuso in una villa isolata, dove quattro signori esercitano un potere assoluto. Attorno a loro esiste però una gerarchia più complessa: guardie, collaboratori, sorveglianti e giovani incaricati di controllare gli altri prigionieri.

A una prima lettura potrebbe sembrare che esistano due categorie distinte: chi subisce e chi comanda. Ma Pasolini suggerisce qualcosa di più inquietante. Anche coloro che ricevono un piccolo frammento di autorità sono stati trascinati all’interno dello stesso meccanismo. Credono di essere al di sopra del gioco perché possono osservare, controllare o impartire ordini, ma in realtà sono soltanto ingranaggi di una macchina che li utilizza.

Il potere concede loro una funzione, una posizione e persino l’illusione di una superiorità. In cambio ottiene la loro collaborazione.

È una dinamica che attraversa tutta la storia umana: il sistema convince alcuni individui di essere più vicini al potere, quando in realtà restano subordinati ad esso. Per questo in Salò non esiste una vera via di fuga. Chi domina viene consumato dal dominio. Chi obbedisce viene consumato dall’obbedienza. Tutti partecipano alla stessa rappresentazione.

Questa dinamica appare con particolare forza nella scena in cui una ragazza, sprofondata nell’umiliazione e nella disperazione, invoca Dio chiedendo perché l’abbia abbandonata. Mentre pronuncia la sua supplica, altri giovani giocano a carte e ridono.

La scena è sconvolgente non soltanto per la sofferenza che mostra, ma perché rivela come il potere riesca a trasformare le vittime in spettatori delle vittime. Chi ride non è veramente libero. Chi osserva non è realmente al sicuro. Sta semplicemente occupando un gradino diverso della stessa scala.

È forse questa una delle intuizioni più profonde di Pasolini: il sistema non si limita a opprimere, ma distribuisce piccole quote di privilegio affinché gli oppressi finiscano per sorvegliarsi a vicenda.

Il Potere sui corpi

All’inizio del film viene evocata un’atmosfera che richiama apertamente l’Inferno della Divina Commedia. Come nella celebre iscrizione posta sulla porta dell’Inferno dantesco, agli abitanti della villa viene sottratta ogni possibilità di speranza. Non si entra in quel luogo per essere rieducati, salvati o liberati. Si entra per essere trasformati.

Una volta accettate le regole del gioco, nessuno ne è davvero fuori. Né i prigionieri, né i sorveglianti, né coloro che credono di trarre vantaggio dalla propria vicinanza al potere.

La vera tragedia di Salò è che il sistema riesce a convincere ciascuno di occupare una posizione diversa, quando in realtà tutti sono già stati catturati.

I quattro poteri che governano la villa — quello religioso, quello aristocratico, quello giudiziario e quello politico-economico — dovrebbero teoricamente appartenere a sfere differenti della società. Dovrebbero limitarsi a vicenda, esercitare funzioni diverse, rappresentare interessi e princìpi distinti.

In Salò, invece, queste forze si fondono in un’unica alleanza. Non esistono più contrappesi. Esiste soltanto il dominio.

La villa diventa così un laboratorio del potere assoluto. Un luogo in cui ogni regola viene riscritta per il piacere dei dominatori e in cui il corpo umano perde ogni dignità per diventare oggetto, strumento, proprietà.

Pasolini aveva compreso prima di molti altri che il potere non si limita a governare gli individui: li consuma, li definisce, li trasforma in prodotti. Per questo la violenza di Salò non è mai soltanto fisica. È soprattutto simbolica. È la rappresentazione di un sistema che mercifica i corpi e distrugge progressivamente ogni forma di autonomia.

Tra le regole imposte dai quattro signori vi è anche il divieto di nominare Dio. Non si tratta semplicemente di una provocazione anticlericale. Al contrario, quella proibizione mostra come il potere non tolleri alcuna autorità superiore a sé stesso. I signori della villa vogliono essere riconosciuti come l’unica fonte possibile di legge, morale e significato. Dio deve scomparire perché qualsiasi principio trascendente rappresenterebbe un limite al loro dominio.

Cultura e barbarie

Un altro aspetto fondamentale del film è che i carnefici non vengono rappresentati come individui rozzi o ignoranti. Sono colti, raffinati, capaci di discutere di arte, letteratura e cultura.

La barbarie non nasce necessariamente dall’assenza di cultura. Talvolta nasce proprio all’interno delle élite culturali, quando l’intelligenza viene separata dall’empatia e dalla coscienza morale.

In questo senso Salò è una critica devastante all’idea che la cultura, da sola, renda migliori. La conoscenza può convivere con la crudeltà. L’erudizione può diventare uno strumento di dominio. La raffinatezza può nascondere l’abisso.

Una delle scene più sconvolgenti è quella in cui una ragazza, immersa nell’umiliazione assoluta, invoca Dio e chiede perché l’abbia abbandonata. Il richiamo è evidente: riecheggia il grido di Cristo sulla croce.

Nello stesso momento altri giovani, anch’essi intrappolati nel meccanismo della villa e costretti a sorvegliare i loro compagni, giocano a carte e ridono.

È una scena che mostra con chiarezza uno dei meccanismi fondamentali del potere:

  • mettere gli ultimi contro gli ultimi;
  • far sì che le vittime partecipino al sistema che le opprime;
  • trasformare la sofferenza altrui in spettacolo;
  • creare una guerra tra disperati mentre il vero potere osserva dall’alto.

Pasolini sembra dirci che il dominio non si mantiene soltanto attraverso la forza, ma anche attraverso la distrazione, il divertimento e l’indifferenza.

Chi soffre viene lasciato solo. Chi osserva finisce per abituarsi all’orrore.

Il Girone del Sangue

L’ultima parte del film, il Girone del Sangue, porta questo processo alla sua conclusione inevitabile.

I corpi vengono definitivamente annientati. Non resta più nulla da consumare, nulla da degradare, nulla da mercificare. Il potere ha completato la propria opera.

Ed è qui che Salò smette di essere un film sul fascismo e diventa qualcosa di più inquietante: una riflessione sull’uomo moderno.

Un uomo che cerca continuamente di superare sé stesso, di elevarsi, di conquistare nuovi orizzonti di libertà e di potenza, ma che spesso rimane intrappolato nella stessa struttura che ha costruito.

Come un funambolo che tenta di attraversare il vuoto, finisce per perdere l’equilibrio.

Cade nell’abisso che lui stesso ha aperto sotto i propri piedi.

Per questo Salò continua ancora oggi a disturbare. Non perché mostri la violenza, ma perché suggerisce che quella violenza non appartiene soltanto al passato.

Appartiene alle forme invisibili del potere che continuano a modellare il presente.

Pasolini

Nel 1975 muore Pasolini, vittima di un brutale e feroce omicidio. Chissà se nel suo caso si sia trattato di una classica barbarie moralista borghese o di qualcosa di molto più vicino alle dinamiche che lui stesso aveva raccontato in Salò.

Secondo la testimonianza di chi era presente, durante il pestaggio gridava aiuto e chiamava sua madre. È impossibile, per chi ha ancora negli occhi il film, non cogliere una tragica risonanza con la scena della ragazza che invoca Dio e viene lasciata sola nel proprio dolore.

In entrambi i casi emerge una domanda che attraversa l’intera opera pasoliniana: cosa accade quando la sofferenza di un essere umano non trova risposta? Quando chi potrebbe intervenire osserva, si volta dall’altra parte o si abitua all’orrore?

Abbiamo perso un uomo di cultura e di spessore. Un intellettuale difficile da definire, capace di suscitare ammirazione, rifiuto, scandalo e riflessione. Un uomo che ebbe il coraggio di dare una direzione precisa alla propria vita e di pagarne fino in fondo il prezzo.

Per citare una delle sue frasi più celebri:

«Scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati un piacere; chi rifiuta questo piacere è un moralista.» — Pier Paolo Pasolini